
RUBEN CARIZZONI
‘Non c'è passione più dominante e vitale della terra alla quale uno appartiene’
di Emy Bonicelli
Le Storie le scrivono i protagonisti. Questa l'ha scritta Ruben. Gli altri, tuttalpiù, le raccontano, come cercherò di fare io.
Mi piace partire a narrarla dal piccolo cimitero di Sant'Andrea. È il venti maggio 2016, giornata di sole che ne segue una grigia e piovosa, in cui è difficile distinguere il profilo delle montagne, dalle rughe dei propri pensieri.
Accompagno un uomo di nome Ruben e sua moglie Sonia, entrambi di nazionalità argentina e, mentre si aggirano fra le tombe, si soffermano con evidente commozione davanti ad alcune.
Ruben e Sonia sono nati e cresciuti in Argentina. Il nome di lui è un nome comune nel paese sudamericano, ma il cognome è scalvino che più scalvino non si può: Carizzoni. Sonia invece è argentina, Sonia Godoy. Ora vivono a Palma di Majorca. Parlano spagnolo, ma ci si intende facilmente a parole, gesti, sguardi, abbracci.
Molte tombe hanno lo stesso cognome, qui nel piccolo cimitero: Carizzoni, Ferrari, Moreschi. Pochi altri.
Ruben si sofferma, legge i nomi, le date, guarda le foto e ogni tanto esclama: "Carissoni, es mi hermano!" Termine un po' generico per fratello, ma anche cugino, parente, amico, persona molto cara. Forse noi diremmo "zermà". Gli occhi gli si inumidiscono.
Questa è una delle tappe del suo viaggio della memoria, dei ricordi, della ricerca delle radici. Un viaggio di ritorno che, scavalcando una generazione, riallaccia i fili che sembravano destinati a non ricongiungersi più.
Una storia di emigrazione che inizia alla fine dell'800.
In un anno forse dell'ultima decade del secolo, Pietro Carizzoni di Dezzolo, nato nel 1866 da Battista Carizzoni e da Brigida Moreschi, parte per "La Merica". Destinazione Argentina. Ha la testa piena di speranze, probabilmente, ma certamente il cuore è colmo di amarezza, timore.
Pietro Carizzoni faceva il boscaiolo a
Dezzolo, "ol carbunér".
Come molti, cerca fortuna nella terra promessa, o forse sfugge semplicemente dalla terra della fame e della povertà dei suoi vecchi.
In Argentina continuerà a fare il boscaiolo. E poco di più si sa della sua vita, se non che non trovò la fortuna, ma continuò a fare modestamente il mestiere che sapeva fare. Sposò un'argentina di origini italiane e nel 1907, in età già un po' avanzata per Pietro, ebbero un figlio, Alfredo Angel. Ed a questo unico figlio non riuscirono a trasmettere, o non lo vollero, alcun desiderio di sapere dove fossero le sue radici.
Forse è la voglia di integrarsi rapidamente a spiegare questo comportamento. Forse è un forte bisogno di dimenticare e non trasmettere anche ai figli lo struggimento di un distacco doloroso. È un destino comune a gran parte dei milioni di Italiani emigrati in Argentina che non hanno trasmesso ai propri figli neppure la loro lingua madre, altrimenti l'Argentina oggi parlerebbe l'italiano, lingua madre della gran parte di loro. A volte l'eccesso di amore o di dolore, fa sì che si provi a dimenticare e si voglia risparmiare ai figli un inutile rimpianto.
Ma le radici a spesso compiono lunghi viaggi, a nostra insaputa, prima di tornare in superficie e rigermogliare. Così come le acque dei fiumi carsici che risbucano più a valle, quando non te lo aspetti più e sgorgano anche con maggior vigore.
Alfred Angel sposò un'argentina, Maria Elena Guzman ed ebbero un figlio nel 1970, anche loro in età avanzata.
Questo figlio è il nostro Ruben, Alfredo Ruben, che resterà senza papà all'età di 10 anni, nel 1980.
Chissà se fu questa dolorosa perdita a generare in lui, bambino, il bisogno di surrogare la mancanza del padre con una ricerca delle radici lontane.
Sta di fatto che appena può inizia a indagare, a documentarsi, a scavare nelle anagrafi argentine finché incontra il nome di località remote e misteriose: Bergamo, Vilminore, Sant'Andrea, Dezzolo...
Ora ha un obiettivo preciso in mente e, caparbio come spesso lo sono gli Scalvini, organizza con la sua Sonia il suo viaggio di (ri)scoperta.
Il 19 maggio 2016, senza conoscere anima viva, arriva a Vilminore. Giornata piovosa e grigia, come ho già detto. E per giunta... il Municipio è chiuso.
Non è un bell'inizio, ma non è arrivato fin qui per arrendersi. E il giorno dopo la Valle premia la sua determinazione con la più luminosa delle giornate, con una vista dei monti e del cielo mozzafiato.
Ma ora faccio un passo indietro per spiegare perché sono con loro...
È un messaggio di Giancarlo, figlio di Pierina Moreschi del panificio, a farmi iniziare questa giornoata con una notizia inattesa: devo andare subito a incontrare delle persone, dice.
Corro al negozio e mi trovo davanti ad un uomo sconosciuto che tiene in mano e mi mostra un certificato di nascita. È quello di suo nonno che ha lo stesso cognome del mio: "CariSSoni", come dice lui, con pronuncia argentina che trasforma le Z in S.
È allora un incrociarsi di occhi, un riconoscersi improvvisamente in un passato comune. I sorrisi precedono gli abbracci, gli abbracci nascondono le lacrime.
"Esta es mi tierra. Yo necesitava encontrar mis raíces!“ Sonia gli fa eco con cenni del capo e parole ripetute.
A Pierina, legata a loro da doppia parentela, tocca l'invito a pranzo. A me il compito di essere la loro guida.
La Presolana scorre maestosa davanti ai loro occhi sullo schermo dei finestrini, la sua roccia ancora lavata di pioggia e i loro attoniti "Mira!", guarda!, di meraviglia accompagnano lo spettacolo.
Dezzolo è immerso nel silenzio di case e di voci. Penso che nessun anziano potrà mai indicarmi con certezza da quale porta Pietro sia uscito con la sua valigia di cartone. Il suo nome si è perso fra i tanti che sono fuggiti dalla miseria inseguendo la fortuna.
In fondo ad un paese tutto rimesso a nuovo, c’è un muro grigio con un antico dipinto, una casa per la quale il tempo sembra essersi fermato.
Al "Può essere proprio quella..." di Adele, che abita lì accanto, il sogno di Ruben sembra solidificarsi e farsi pietra... "Esta es su casa!?", esclama. Si abbracciano, lui e Sonya, celando lacrime liberatorie.
Vogliono una foto, loro due davanti alla casa che più tardi scoprirò essere davvero la casa dei suoi antenati.
Un sentiero erboso e fiorito ci porta poi al torrente Tino che Adele indica come la possibile fonte alla quale il bisavolo attingeva l'acqua. "Estupendo!", esclamano come bambini davanti a un regalo inatteso.
Il resto della giornata scorre fra la visita all'Orrido della Via Mala, poi i Campelli, poi il Vivione. Nulla può lasciarli indifferenti. Tutto sembra un premio alla loro lunga ricerca.
Il tempo vola e i saluti diventano promesse di ritrovarci molto presto, di mantenere il contatto. Quando la loro auto scompare dietro la curva, la mia emozione si somma al pensiero che c'è un istinto che lega alla terra dei tuoi avi, che si fa strada su percorsi sconosciuti fino a saldare il passato e il presente.
Ruben e Sonia, ora le vostre radici si sono intrecciate alle nostre: “Hasta la proxima!”

